Mobbing

Il mobbing consiste in azioni vessatorie, comportamenti aggressivi e umiliazioni continuate nel tempo nei confronti di un lavoratore, consistenti in critiche immotivate sulla qualità del lavoro svolto, offese personali, accuse di svolgere male il proprio lavoro, contestazioni in merito a presunte inadempienze e una progressiva dequalificazione professionale. Il lavoratore vittima di mobbing viene emarginato, calunniato, criticato. Gli vengono sottratti ingiustificatamente incarichi che gli spetterebbero e gli vengono assegnati compiti sempre più dequalificanti. I rapporti con i colleghi diventano conflittuali e sempre più rari, portando la vittima all’isolamento e all’emarginazione totale. In alcuni casi si può arrivare al sabotaggio e ad azioni illegali. Lo scopo del mobbing è di emarginare il lavoratore e/o costringerlo a licenziarsi o trovare un motivo apparentemente valido per licenziarlo.

Il mobbing è una situazione lavorativa in cui il soggetto è vittima di condotte vessatorie poste in essere intenzionalmente da parte di superiori e colleghi che causano nell’individuo una sofferenza fisica e psichica” (G. Gulotta)
 
COME NASCE IL MOBBING?
In alcuni contesti lavorativi, la competizione anche esasperata, è ritenuta un elemento fisiologico e addirittura positivo del lavoro. La competizione può spingere i lavoratori a squalificare e criticare l’operato di un collega per mettersi in mostra ed esaltare il proprio lavoro. Un po’ alla volta questo atteggiamento negativo può sfociare nel mobbing.
Nella genesi del mobbing, vanno considerati anche altri aspetti non strettamente legati al lavoro, come l’antipatia nei confronti della vittima, la simpatia per un altro collega o alcuni modi caratteristici di entrare in relazione con gli altri.
RICONOSCERE IL MOBBING
Riconoscere il mobbing non è semplice. Perché si possa parlare di mobbing le azioni compiute dovrebbero:
1)rientrare in una strategia con finalità persecutoria; essere, quindi, azioni intenzionali;
2)ripetersi per almeno sei mesi;
3)essere frequenti (almeno una volta alla settimana).
CONSEGUENZE DEL MOBBING
Le conseguenze del mobbing a livello psicofisico riguardano, in prima battuta, dei sintomi psicosomatici quali, ad esempio:
-cefalea;
-disturbi del sonno (insonnia, incubi, risvegli notturni)
-disturbi alimentari;
-problemi digestivi;
-gastrite;
-tremori;
-aggressività;
-difficoltà di memoria e di concentrazione; 
-dermatite.
Successivamente, la salute psicofisica della vittima si aggrava e i disturbi patiti diventano più evidenti e invasivi:
-ansia;
-depressione;
-attacchi di panico;
-isolamento sociale.
Arrivati a questo punto, le conseguenze del mobbing hanno invaso tutta la vita della vittima, intaccando non solo le sue relazioni con i colleghi, ma anche le relazioni personali e familiari (doppio mobbing). La percezione della perdita del ruolo lavorativo può provocare insicurezza e difficoltà relazionali. La vittima può arrivare a perdere anche la capacità di affrontare le incombenze più semplici e soffrire di un forte abbassamento dell’autostima, può sentirsi inutile e fallita fino al punto da mettere in atto condotte autolesionistiche o addirittura il suicidio.
VARI TIPI DI MOBBING
Bossing: viene messo in atto dal diretto superiore.
Mobbing orizzontale: viene messo in atto da colleghi pari grado.
Mobbing verticale: viene messo in atto sia da colleghi di grado superiore  che inferiore.
Doppio Mobbing: si realizza quando la vittima carica la famiglia di tutte le sue problematiche. Dopo un primo momento  di comprensione da parte dei familiari, segue una condizione di distacco che porta ad un ulteriore isolamento della vittima.
Co-mobber: sono i simpatizzanti del mobber, ovvero coloro che affiancano il mobber o partecipano semplicemente acconsentendo alle vessazioni senza intervenire personalmente.
Mobbing trasversale: messo in atto da persone al di fuori dell’ambito lavorativo che, in accordo con il mobber, creano ulteriore emarginazione e discriminazione nei confronti della vittima quando questi cerca appoggio o cerca di farsi apprezzare.
I PROTAGONISTI DEL MOBBING
I protagonisti del fenomeno del mobbing sono tre: il/i persecutore/i (o mobber), la vittima (o mobbizzato) e i simpatizzanti/complici del mobber (o co-mobber). 
Esistono dei tratti di personalità specifici delle persone coinvolte nel mobbing oppure il mobbing può coinvolgere chiunque?
Al momento le ricerche non hanno evidenziato una correlazione tra i tratti di personalità della vittima di mobbing e l’insorgenza del mobbing, anche se alcuni autori hanno rilevato alcune caratteristiche di personalità in comune fra le vittime. Harald Ege parla di dislivello psicologico fra gli antagonisti, riferendosi al fatto che il mobbizzato non ha le stesse capacità di difendersi dell’aggressore.
Discorso diverso per quanto riguarda il mobber, per il quale è stato definito un profilo psicologico più dettagliato.
Tim Field, uno dei massimi studiosi del fenomeno mobbing nonché fondatore della prima linea telefonica per mobbizzati in Gran Bretagna, elenca 4 profili psicologici di mobber:
1)DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’: si tratta di un individuo che si sente infinitamente superiore agli altri, convinto di non sbagliare mai, ha una visione degli altri come oggetti utili o inutili per il raggiungimento dei suoi desideri, ha scarsa empatia, fantasie megalomani di successo, egocentrismo, desiderio di essere ammirato, esagerazione delle proprie qualità e mancanza di senso autocritico.
2)PERSONALITA’ PARANOICA: è una persona estremamente sospettosa, vive nel dubbio costante che gli altri vogliano danneggiarlo o sfruttarlo, è convinto che gli altri siano disonesti e sleali, travisa la realtà, è riluttante a confidarsi, difficilmente perdona chi ritiene lo abbia offeso.
3)DISTURBO DI PERSONALITA’ ANTISOCIALE: si tratta di una persona disonesta, che non accetta le norme sociali, privo di empatia per gli altri e privo di rimorsi per le sue scorrettezze. E’ impulsivo e irresponsabile.
4)DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’: è una persona impulsiva, incapace di gestire le proprie emozioni e quindi soggetta a repentini cambiamenti d’umore. Ha difficoltà a gestire la rabbia, adotta comportamenti rischiosi e autolesionisti, talvolta spende grosse cifre di denaro impulsivamente. Le sue relazioni sono instabili, soffre un senso di vuoto e di abbandono.
Comportamenti persecutori e aggressivi possono essere messi in atto anche da persone apparentemente pacifiche. In questi casi, però, si tratta più propriamente di co-mobber, ovvero di simpatizzanti del mobber, che cercano di essere apprezzati sul lavoro mostrandosi servili. Il simpatizzante del mobber può anche essere un individuo vile che evita di schierarsi per paura e che, con il suo silenzio, favorisce le persecuzioni. 
La vittima è spesso un individuo passivo e poco intraprendente e tendente a lamentarsi. Altre due probabili vittime di mobbing sono: le persone ansiose, insicure e permalose, che interpretano in maniera offensiva le critiche o le semplici battute, attirandosi le antipatie dei colleghi e sollecitando involontariamente le loro provocazioni; e le persone sfuggenti, evitanti, taciturne, con difficoltà a comunicare e che tendono a isolarsi: possono accendere nei colleghi il sospetto di essere disprezzati e quindi scatenare la loro aggressività in maniera tanto più violenta quanto più il mobbizzato cerca di sfuggire isolandosi o tacendo.
COME TUTELARSI E COSA PUO’ FARE LO PSICOLOGO
Lo psicologo può aiutare a imparare a riconoscere e a modificare quei comportamenti e quei tratti del carattere che possono predisporre a uno dei tre ruoli coinvolti nel mobbing: persecutore, vittima e simpatizzante del mobber.
Vittima: un percorso psicologico può essere utile per aumentare il proprio livello di autostima e diminuire gli atteggiamenti vittimistici. Può essere utile anche lavorare sulle capacità di comunicazione e di soluzione dei conflitti, in modo da riuscire a partecipare in maniera più attiva e produttiva alla vita lavorativa, superando la tendenza all’isolamento e alla passività. Ancora, è possibile lavorare per diminuire i livelli di ansia del mobbizzato, cercando nuove strategie di gestione dello stress.
Mobber: il vessatore può essere una persona talmente stressata e sovraccarica di responsabilità da sfogare la propria tensione sugli altri attraverso la persecuzione. Anche in questo caso, lo psicologo può aiutare il mobber a trovare soluzioni e strategie di gestione dello stress meno aggressive e più soddisfacenti. Il persecutore può anche trovare utile lavorare sull’accettazione dei propri limiti e delle critiche e su modalità di comunicazione con i colleghi più positive.
A livello aziendale possono risultare utili interventi di comunicazione efficace, promozione del benessere, informazione e formazione sul mobbing.
Bibliografia
  • Ege, H. (1996). Mobbing, Che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro, Pitagora, Bologna.
  • Ege, H. (2001). Mobbing: conoscerlo per vincerlo, Franco Angeli, Milano.
  • Leymann, H. (1996). The Content and Development of Mobbing at Work, in Mobbing and Victimization at Work. European Journal of Work and Organizational Psychology, 5, 2.
 

Difficoltà relazionali

La qualità delle nostre relazioni è determinante per il nostro benessere psichico, poiché noi costruiamo e manteniamo la nostra identità personale anche grazie alle relazioni con gli altri.

Alcune persone, però, hanno difficoltà a stabilire o a mantenere relazioni interpersonali positive; altre, invece, possono attraversare momenti di difficoltà a relazionarsi con gli altri.

Può accadere, a volte, che proprio le relazioni più significative siano fonte di sofferenze e disagio personale.

Le difficoltà relazionali possono essere dovute a:

  • comunicazione poco efficace;
  • aspettative irrealistiche;
  • dipendenza affettiva;
  • chiusura emotiva;
  • vecchi rancori;
  • difficoltà a comprendere le esigenze e i punti di vista degli altri.

Lo psicologo può aiutare il paziente a comprendere la natura delle sue difficoltà relazionali e stimolare lo sviluppo e l’utilizzo di nuove strategie relazionali più soddisfacenti per il paziente.

Di solito il percorso psicologico previsto per questi casi è individuale; talvolta, però, lo psicologo può concordare con il paziente di invitare in seduta anche le altre persone coinvolte nella relazione problematica. Lo scopo è quello di osservare e valutare “dal vivo” gli scambi relazionali del paziente con i suoi interlocutori, così da calibrare meglio l’intervento psicologico sulle esigenze del paziente.

Depressione

Tristezza, malinconia, senso di scoraggiamento o di impotenza sono vissuti comuni a tutti.

Di solito, si tratta di emozioni e stati d’animo di durata breve, che il soggetto riesce a gestire e a superare senza problemi.

Talvolta, però, tali vissuti negativi si prolungano nel tempo e diventano molto intensi, tanto da provocare una sofferenza profonda in chi li sperimenta e la sensazione che tutto sia inutile e immodificabile. Alle sensazioni di tristezza e impotenza si possono anche associare vissuti ansiosi riguardo al futuro e una forte riduzione dell’autostima. Ci troviamo molto probabilmente di fronte a un disturbo depressivo.

Altri sintomi che si possono riscontrare sono: apatia, insonnia o tendenza a dormire molto, umore nero soprattutto la mattina, inappetenza o disturbi alimentari, diminuzione della progettualità, senso di colpa e vissuto di inadeguatezza, diminuzione dell’interesse sessuale, perdita di interesse generalizzato.

Non sempre è possibile individuare le cause esterne, talvolta la depressione si manifesta in assenza di un apparente motivo o ragione esterna. In altri casi, invece, è possibile individuare un evento esterno scatenante, come, ad esempio, un lutto, la fine di una relazione importante, la perdita del lavoro, la nascita di un figlio ecc.

È importante sottolineare che il paziente depresso non è pigro o privo di volontà di star bene, ma è una persona che soffre, pertanto incoraggiarlo a reagire, a darsi da fare, paragonare la sua situazione con altre “veramente gravi, come quella di chi è malato” non fa che peggiorare la sofferenza del depresso, alimentando il suo vissuto di sentirsi non compreso, solo, o, peggio, alimentando la sua sensazione di inutilità.

È bene, in questi casi, rivolgersi a uno psicologo, in quanto una persona depressa ha bisogno di un aiuto professionale, di un ascolto empatico, non giudicante e rispettoso della sua sofferenza.

Un percorso psicologico aiuterà il paziente depresso ad accedere alle proprie risorse personali e a sviluppare e potenziare le sue capacità di affrontare il dolore e le sfide che la vita gli pone davanti.

Fobie specifiche

Che cos’è una fobia specifica?

Una fobia è una paura marcata nei confronti di un elemento specifico (oggetto, situazione, animale, luogo, ecc.) sproporzionata, sempre presente e spesso irrazionale rispetto alle paure comuni.
La persona che soffre di una fobia specifica sperimenta stati di ansia e terrore spropositati nei confronti dello stimolo fobico (cioè verso il particolare elemento che causa la paura). Spesso, il fobico arriva a evitare tutte quelle situazioni nelle quali è probabile trovarsi di fronte allo stimolo fobico.

Lo stimolo fobico può variare molto da persona a persona. Alcuni stimoli fobici sono molto comuni (ragni, altitudine, aghi, sangue eccetera), altri sono decisamente più rari (parole lunghe, pagliacci, alimenti particolari).
È da considerare che sebbene lo stimolo responsabile della fobia sia molto definito, spesso un individuo manifesta fobie multiple: può, per esempio, temere tre stimoli diversi più o meno correlati tra loro: chi ha paura di volare in aereo potrebbe temere anche le altitudini soffrendo di vertigini e avere anche paura dell’ascensore.

Sintomi della fobia specifica

Mentre gli stimoli fobici possono essere diversi, i sintomi sono ben definiti:
-Paura e ansia sproporzionate rispetto al reale pericolo rappresentato dallo stimolo fobico
-Paura e ansia marcate nei confronti di un elemento specifico (oggetto o situazione)
-Reazione di ansia e paura immediate di fronte allo stimolo fobico
-Evitamento attivo dell’elemento fobico
-Paura e ansia sono sempre presenti e durano più di 6 mesi
-Paura e ansia causano un significativo disagio e compromissione del funzionamento relazionale, lavorativo e in altre aree importanti

Attacchi di panico

Un attacco di panico è un episodio breve e intenso in cui si sperimenta ansia acuta, che insorge in modo improvviso ed è accompagnata da una serie di sintomi fisici e vissuti psicologici. L’attacco di panico è caratterizzato da sentimenti di apprensione, paura o terrore: la persona vive un senso di catastrofe imminente e ha spiccate manifestazioni neurovegetative. Possono esserci anche esperienze di depersonalizzazione e derealizzazione.

L’attacco di panico dura di solito pochi  secondi, al massimo 20 minuti, ma a chi lo vive sembra durare molto di più. 

Sintomi fisici e sintomi mentali dell’attacco di panico

sintomi fisici più comuni dell’attacco di panico sono:
Palpitazioni, cardiopalma o tachicardia;
Tremori;
Parestesie;
Sudorazione;
Sensazione di soffocamento o di asfissia;
Dolore o peso al petto;
Nausea o disturbi addominali;
Vertigini, sensazioni di sbandamento o senso di svenimento.
I principali sintomi mentali dell’attacco di panico sono:
Paura di morire;
Paura di perdere il controllo o di impazzire;
Derealizzazione o depersonalizzazione.  

Cosa succede dopo un attacco di panico

Di solito, dopo l’attacco di panico seguono sempre accertamenti medici perché si ritiene che il malessere provato sia causato da un disturbo fisico. L’esito negativo degli esami medici mette il soggetto che ha vissuto l’attacco di panico di fronte ad una realtà spesso difficile da accettare: si tratta di un problema di natura psichica.
Dopo un attacco di panico si vive nella paura che il panico possa tornare. Si viene a creare un circolo vizioso (paura della paura), in cui i sintomi fisici e mentali si alimentano a vicenda. Si rimane così in trappola, senza trovare una soluzione. Per questo motivo, l’esperienza dell’attacco di panico è invalidante e può influenzare l’intera esistenza del paziente. La principale conseguenza degli attacchi di panico infatti è la tendenza ad evitare tutte le situazioni ritenute pericolose o ansiogene come tentativo di non ricadere nell’attacco di panico. Il paziente cercherà pertanto di evitare tutte quelle situazioni o persone che gli provocano ansia o malessere. Questa strategia rende la vita del paziente estremamente limitata: si evita di prendere l’aereo o l’ascensore, di frequentare luoghi affollati o aperti, di percorrere l’autostrada o di imboccare una galleria, di prendere la metro o altri mezzi pubblici e così via, fino ad arrivare, in alcuni casi, a non uscire più di casa. Tutto ciò può creare delle difficoltà nei rapporti familiari, di coppia, di amicizia e lavorativi. 

Di solito le persone che soffrono di attacchi di panico hanno difficoltà a riconoscere le proprie emozioni e le sensazioni fisiche legate alle emozioni. Per questo motivo, la persona con disturbo di panico interpreta l’emozione e i suoi aspetti fisiologici come prova dell’esistenza di un pericolo. Questo modo di interpretare le sensazioni fisiologiche delle emozioni fa sì che le persone con disturbo di panico temano le proprie sensazioni fisiche. Anche per le sensazioni fisiologiche, pertanto, il soggetto con disturbo di panico utilizza, di solito, la strategia dell’evitamento: tenderà quindi ad evitare il consumo di quelle sostanze che possono essere eccitanti per l’organismo (come il caffè o il tè) e quelle attività che possono stimolare l’attivazione fisiologica dell’organismo (attività fisica, attività sessuale).

Nonostante tutte le precauzioni, il soggetto con disturbo di panico vive in uno stato di tensione e di irritabilità costante. L’evitamento non rassicura il paziente, anzi, a fronte di un beneficio momentaneo (placare l’ansia), a lungo termine l’evitamento contribuisce a mantenere il circolo vizioso che alimenta l’ansia perché la persona non si espone a situazioni che potrebbero rassicurarla circa le sue capacità di tollerare l’ansia senza cadere nell’attacco di panico. Le limitazioni della vita imposte dalla strategia dell’evitamento alimentano il vissuto di inadeguatezza e fragilità personale del paziente.

La terapia per il disturbo di panico

Quando si è di fronte a un disturbo di panico, è importante farsi aiutare da uno psicologo in modo da ridurre l’ansia e le limitazioni che questa comporta in una prima fase, per poi affrontare, in una seconda fase, le capacità di riconoscimento e di modulazione delle emozioni e il sentimento di inadeguatezza personale e la scarsa autostima che spesso contraddistinguono questi pazienti.
La letteratura scientifica sembra validare maggiormente alcuni approcci psicologici, come quello cognitivo-comportamentale e quello strategico breve, che sono focalizzati primariamente sulla risoluzione dei sintomi. Questi approcci permettono una riduzione veloce dei sintomi ma spesso i pazienti si ritrovano, a distanza di pochi mesi dalla fine del trattamento, a fare i conti con una nuova sintomatologia ansiosa, meno invalidante di prima ma che comunque non permette di vivere serenamente. Queste “ricadute” o, meglio, questi spostamenti dell’ansia in altri ambiti della vita, dimostrano che non è sufficiente curare il sintomo ma bisogna affrontare un percorso che permetta di migliorare realmente la qualità della vita del paziente.

Ansia

L’ansia è uno stato di tensione a cui di solito si accompagnano sintomi fisici quali tremori, palpitazioni e aumento della frequenza cardiaca.
L’ansia di per sé è un fenomeno naturale, fisiologico, ovvero è una risposta normale alle sollecitazioni ambientali: ci informa di situazioni pericolose o spiacevoli e ci aiuta a individuare il comportamento più utile a difenderci dal pericolo.

L’ansia patologica invece si caratterizza come una risposta inappropriata agli stimoli ambientali e prolungata nel tempo. L’ansia si considera patologica quando lo stato ansioso perdura nonostante sia cessato il pericolo o quando si attiva prima ancora che si presenti un pericolo reale, vale a dire al semplice pensiero che potrebbe accadere qualcosa di rischioso.

Quando l’ansia, da reazione limitata nel tempo e motivata da un pericolo reale, diventa uno stato permanente non giustificato dalla situazione reale, limita il funzionamento sociale, relazionale e lavorativo di chi la esperisce.

Talvolta il soggetto ansioso presenta delle limitazioni in tutte le aree della sua vita; altre volte, invece, l’ansia e le relative difficoltà riguardano solo un ambito. Per esempio, alcune persone sono brillanti sul lavoro ma l’ansia le blocca sul piano sociale. Altre persone sono capaci di relazionarsi con gli altri senza particolari difficoltà ma l’ansia limita o blocca le loro prestazioni lavorative o sessuali, e così via.

L’ansia può essere un disturbo psicologico a sé stante o un sintomo di altri disturbi psicologici (ad es., la depressione).

SINTOMI DELL’ANSIA

I sintomi dell’ansia sono moltissimi, tanto che è impossibile elencarli tutti. I sintomi principali sono:

-iperattività

-irrequietezza

-apprensione

-senso di responsabilità e perfezionismo

-difficoltà a concentrarsi

-tensione muscolare

-insonnia

-disturbi dell’apparato gastro-intestinale

-emicranie e cefalee

-tachicardia

-sudorazione eccessiva

-difficoltà sessuali

-ipocondria

-evitamento delle situazioni ansiogene

COSA FARE

Quando l’ansia assume un carattere così intrusivo e limitante, un percorso psicologico può essere d’aiuto per sviluppare delle strategie utili a gestire l’ansia, limitando i sintomi per tornare a vivere serenamente la propria vita. La psicoterapia si è dimostrata la terapia più efficace nell’alleviare i disturbi dell’ansia e le sue conseguenze sull’organismo e sulla vita sociale, affettiva e lavorativa del soggetto ansioso.

Terapia familiare

La psicologia ha sottolineato con vigore l’importanza della famiglia d’origine per la sua funzione di contesto primario di costituzione e sviluppo dei legami affettivi e come luogo di scambi e relazioni durante tutto l’arco della vita. La famiglia non è semplicemente un insieme di individui che la compongono, ma è un organismo con un funzionamento proprio. Tutti i membri che compongono una famiglia si influenzano e si condizionano reciprocamente, in un rapporto di interdipendenza, creando delle reazioni a catena. I comportamenti dei familiari sono interconnessi fra loro, per cui ogni azione di un familiare è sia uno stimolo che una risposta per gli altri familiari, e contribuisce a mantenere il sistema familiare unito.
Ogni famiglia deve affrontare dei cambiamenti (nascita dei figli, adolescenza dei figli, matrimoni, divorzi, malattia o morte di un membro, pensionamento ecc.) che rappresentano dei momenti delicati. Tali cambiamenti possono diventare critici quando la famiglia non riesce ad adeguarsi ad essi e a riorganizzarsi di conseguenza. In questi casi si ha una sofferenza dell’organizzazione familiare, sofferenza che, di solito, viene espressa da un solo familiare.
La terapia familiare nasce dall’idea che la famiglia è un sistema e, in quanto tale, il disagio provato da uno dei suoi membri riguarda tutto il sistema. Pertanto è preferibile intervenire su tutta la famiglia piuttosto che sul singolo individuo.
La terapia rappresenta un processo rivolto alla crescita dei familiari, il cui obiettivo fondamentale non è l’eliminazione del sintomo, ma il cambiamento dei rapporti tra i familiari, ovvero lo sviluppo di una loro maggiore capacità di essere autentici e di avere delle relazioni più soddisfacenti fra di loro.
Il lavoro terapeutico è centrato sull’analisi della comunicazione familiare, sull’osservazione dell’organizzazione relazionale del gruppo familiare e sull’immissione di nuove regole più adatte ad affrontare la crisi in atto nella famiglia e le possibili crisi future.
Lo scopo della terapia familiare è aiutare la famiglia a raggiungere un livello di vita più adattivo e soddisfacente per tutti i suoi membri.
Il compito del terapeuta familiare è indurre la famiglia a ricercare e a sfruttare al meglio le loro risorse e capacità interiori.

Terapia di coppia

La coppia può entrare in crisi per vari motivi (relazione extra-coniugale, nascita di un figlio, conflitti, incomprensioni ecc.).

Quando una relazione coniugale è sufficientemente soddisfacente (al di là del problema che ha scatenato la crisi) e i sentimenti d’affetto sono profondi, la crisi può diventare un’occasione per migliorare l’intimità e per sviluppare nuovi sistemi di sostegno reciproco.

La crisi, dunque, se ben sfruttata con l’aiuto di un professionista, può diventare un’opportunità per entrambi i coniugi per scoprire o riscoprire il mondo emotivo dell’altro e per ricostruire la relazione coniugale su basi più soddisfacenti per entrambi i coniugi.

Durante le prime sedute lo psicologo aiuta ad affrontare la crisi acuta iniziale, cercando di ridurre la sofferenza, la rabbia, la delusione e la confusione che la crisi provoca nei coniugi.

Consulenza psicologica di coppia

La consulenza psicologica di coppia si rivolge a coppie che si trovano a vivere un momento di difficoltà, un conflitto, una crisi o un blocco evolutivo.

Normalmente, le coppie, come tutti i sistemi viventi, si trovano ad affrontare dei compiti evolutivi (costituzione della coppia, inizio della convivenza, matrimonio, nascita dei figli, uscita di casa dei figli eccetera) che implicano cambiamenti e creazione di nuovi equilibri. Non sempre però, tali compiti risultano facili; può accadere, infatti, che la coppia si trovi ad affrontare più cambiamenti contemporaneamente e che quindi sia sovraccarica,  può accadere che un coniuge sia più pronto al cambiamento e un altro sia più spaventato, o che uno proponga una soluzione che non convince l’altro. In questi casi la coppia può trovarsi a vivere una crisi o uno stallo. 

La consulenza psicologica offre l’opportunità a ciascun membro della coppia di analizzare il proprio ruolo all’interno del rapporto, di cercare insieme una soluzione che sia soddisfacente per entrambi e di trovare un nuovo equilibrio più adatto alla fase del ciclo di vita che la coppia sta attraversando. La consulenza favorisce lo sviluppo comunicativo e l’ascolto reciproco, consentendo a ciascun membro un’espressione più adeguata di sé.



Consulenza psicologica individuale

Spesso la richiesta di una consulenza psicologica è motivata da un problema che limita la persona nella sua libertà di scelta, è legata a una situazione che provoca sofferenza o allo sviluppo e alla crescita personale. In ogni caso, la persona si trova in uno stato di confusione, ansia, indecisione e sofferenza (malessere).

Le difficoltà psicologiche che compromettono il benessere personale si possono esprimere attraverso sintomi psichici, comportamentali, psicosomatici, come i disturbi d’ansia, i disturbi dell’umore, i disagi relazionali.

Un percorso offre l’opportunità di un sostegno e di un ascolto attento e rispettoso della persona, che favorisce il raggiungimento di uno stato di maggior benessere del paziente.

I colloqui psicologici rappresentano, dunque, un’occasione per prendersi cura di sé, per favorire il recupero delle risorse personali e l’acquisizione di strumenti necessari per affrontare più efficacemente le problematiche psicologiche che possono presentarsi nella vita.

Nella consulenza psicologica ad orientamento sistemico relazionale, lo psicoterapeuta prende in esame sia la persona nella sua dimensione individuale, sia le relazioni nelle quali essa si viene a trovare, sulla base della convinzione che le persone siano emotivamente interconnesse e interdipendenti e che, pertanto, il disagio e la sofferenza espresse dal singolo individuo rappresenti, in realtà, il disagio delle relazioni in cui egli vive. Comprendere le relazioni tra emozioni, relazioni interpersonali, modalità comunicative, schemi mentali e contesti di vita del paziente (famiglia, coppia, ambiente di lavoro ecc.) è ritenuto fondamentale per acquisire consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità; pertanto, la comprensione di tali relazioni è un obiettivo del percorso psicologico il cui raggiungimento permette di superare crisi e sofferenza psicologica.