Counselling e counsellor

Chi è il counsellor e cos’è il counselling

Il counselling (o consulenza) è una tecnica che si impiega per permettere al paziente di superare un momento di difficoltà o di crisi attraverso un numero limitato di incontri.

Lo psicologo e il paziente, nelle sedute di counselling, cercano insieme di potenziare le risorse del paziente per aiutare quest’ultimo ad affrontare il malessere che prova.

Alla fine degli incontri di consulenza, lo psicologo e il paziente valutano insieme la possibilità/necessità di intraprendere un percorso di psicoterapia.

La tecnica del counselling è di esclusiva competenza dello psicologo, poiché solo la laurea in Psicologia abilita a fornire consulenze psicologiche.

Il counsellor, quindi, può essere soltanto uno psicologo o uno psicoterapeuta; non sono riconosciute dalla legge altre figure professionali che possano svolgere consulenze psicologiche.

Cosa penserà di me lo psicologo?

Una domanda che si pone frequentemente chi sente il bisogno di andare dallo psicologo è: “Cosa penserà di me lo psicologo? Che sono pazzo? O stupido?”.

Questa paura è legata all’idea che si verrà giudicati.

Niente di più sbagliato!

Lo psicologo non è interessato a giudicare, né utilizza i criteri “giusto-sbagliato”, “sano-malato”, “buono-cattivo”, “vero-falso”.

Lo psicologo, nel suo lavoro, è giudato dall’interesse verso gli altri e dall’empatia per le loro sofferenze.

Lo scopo di un percorso psicologico è di cercare e trovare, insieme al paziente, nuove strategie per la soluzione dei problemi, sfruttando al meglio le risorse personali del paziente e facendo in modo che possa affrontare le proprie difficoltà con successo.

Chi ha paura dello psicologo?

A volte le persone, riflettendo su se stesse e sui propri problemi, pensano che potrebbe essere utile andare dallo psicologo.

Spesso, però, un timore le blocca: essere giudicate pazze o capricciose o troppo pigre per affrontare da sole le proprie difficoltà.

Sembra che la malattia psichica grave sia l’unico motivo giustificato per chiedere o ricevere un aiuto per il proprio benessere.

In realtà, occuparsi di se stessi e della propria sofferenza e cercare di raggiungere uno stato di benessere psicofisico è un diritto di ogni essere umano, ed è un comportamento che porta benefici a se stessi, alle proprie relazioni familiari e lavorative e alla comunità in cui si vive.

Se state pensando di intraprendere un percorso psicologico, ma siete frenati dal timore del giudizio altrui, domandatevi: “Cosa è più importante per me, cercare di stare bene o ricevere l’approvazione degli altri?”.



Genogramma, la storia della famiglia

Il genogramma è una mappa familiare e rappresenta uno strumento che consente al terapeuta di riordinare i dati forniti dal paziente, formulare ipotesi e stabilire obiettivi terapeutici insieme al paziente.

Introdotto nella terapia familiare da Bowen, che ne ha tracciato le linee guida, il genogramma fornisce un’immagine della struttura familiare nel corso delle generazioni, e offre uno schema delle principali tappe del ciclo vitale familiare e dei movimenti emozionali ad esse associati. Bowen era solito analizzare le vicende della famiglia lungo più generazioni: “di numerose famiglie tracciai le storie lungo un arco di 100 anni o più. Sembrava che in tutte le famiglie esistessero gli identici modelli di base (…) il mio obiettivo era di ottenere informazioni concrete per poter comprendere le forze emotive in ciascuna famiglia nucleare, e risalii a quante più generazioni potei” (Bowen, 1973). È evidente, nel lavoro di Bowen, la ricerca dell’influenza delle generazioni precedenti sui membri delle famiglie che manifestavano direttamente il disagio.

Per tracciare il genogramma è necessario raccogliere informazioni sui nomi e le età di tutti i membri della famiglia, nonché sulle date dei trasferimenti, dei cambiamenti lavorativi, delle nascite, dei matrimoni, delle separazioni, dei divorzi, delle malattie, dei decessi e di ogni altro avvenimento che appaia significativo, lungo l’arco di almeno tre generazioni.

Potrebbe sembrare, da quanto detto, che il genogramma sia poco più di un albero genealogico. La caratteristica saliente che distingue il genogramma dall’albero genealogico è la narrazione degli eventi familiari che accompagna la costruzione del genogramma stesso.

La narrazione di sé crea percorsi di senso, e offre un importante contributo alla costruzione dell’identità individuale e sociale.

Il racconto di sé in terapia è uno strumento che consente di cogliere i vissuti emotivi e affettivi connessi con il nostro passato, dando agli eventi una nuova collocazione nella nostra mente.

La ricostruzione della propria storia personale permette una rielaborazione delle esperienze passate, crea nuove connessioni, offre la possibilità di esplorare episodi significativi della propria vita.

Il genogramma permette anche di confrontare gli stili di attaccamento che si sono susseguiti nelle generazioni; non solo: accanto alle caratteristiche delle prime esperienze di accudimento, possono trovare spazio anche elementi che riguardano cambiamenti sopravvenuti in epoche successive alla prima infanzia, inattesi e imprevisti, e che hanno comunque portato un elemento di discontinuità nella vita delle persone.

Questo strumento ci consente quindi di indagare tutti gli elementi che intervengono nell’interazione tra i membri di un sistema, come le rappresentazioni individuali sono costrette a mettesi in gioco, entrare in una dialettica con le visioni degli altri membri del sistema e con la cultura; per costruire con i pazienti il loro percorso, in cui i loro rapporti si sono modificati nel tempo, includendo ed escludendo personaggi e significati, modificando le rappresentazioni di partenza.

Con il processo di costruzione del genogramma troviamo l’equilibrio che il sistema ha raggiunto e come il sistema lo racconta.

Una conoscenza solida delle basi da cui proveniamo può essere utile per diventare più consapevoli di noi; diventare degli osservatori migliori delle relazioni in cui siamo immersi riduce la nostra reattività emotiva. Il genogramma può essere un utile strumento per riuscire in questo sforzo di diventare degli osservatori migliori: rivisitare la propria storia evolutiva può contribuire a favorire la differenziazione di sé dalla massa indifferenziata dell’io familiare (Bowen).

Il genogramma ci porta, quindi, lungo percorsi già conosciuti ma offre una preziosa occasione di rivedere quegli stessi percorsi con uno sguardo nuovo, alla ricerca delle nostre radici e del nostro posto nella storia familiare, permettendoci, di solito per la prima volta, di vederci dentro le relazioni familiari.

Arte e creatività nei bambini

Bambini creativi: saranno ingegneri?

L’arte e la creatività svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo psicologico, e non solo, del bambino. Numerosi studi di psicologia dimostrano che l’arte contribuisce a migliorare le capacità espressive, a favorire l’apprendimento logico (linguistico e matematico) e a rafforzare la consapevolezza di sé del bambino.

Una delle ultime ricerche sull’argomento, svolta dalla Michigan State University, sembra dimostrare una correlazione fra l’educazione artistica, in particolare l’educazione musicale, ricevuta da bambini, e i successi lavorativi conseguiti da adulti in discipline scientifiche come matematica, ingegneria e scienze.

Psicoterapia sistemico relazionale

La teoria sistemico relazionale si sviluppa negli anni ’50 a Palo Alto (USA) a partire dalle teorie dei tipi logici di Russell, dalla teoria dei sistemi di Bertanlaffy, dalla cibernetica di Wiener e dalla teoria del doppio legame di Bateson.

Che significa sistemico?

Per sistemico si intende un insieme di elementi correlati fra loro in modo organizzato, così da formare un insieme funzionale.

Il prototipo di sistema umano è la famiglia. La famiglia, infatti, è composta da membri in interazione reciproca. La famiglia, come i sistemi interattivi, tende a organizzarsi secondo regole e si comporta come una struttura unitaria definita dalle relazioni che intercorrono fra i suoi membri. Le relazioni presentano delle regolarità che garantiscono un certo grado di stabilità e continuità ai rapporti.

Che significa relazionale?

Ciascun individuo è influenzato dal sistema di cui fa parte e influenza gli altri membri del sistema. Il comportamento, pertanto, è inteso in funzione delle relazioni.

Le relazioni fra i membri di un sistema intercorrono attraverso la comunicazione, verbale e non verbale.

Terapia sistemico relazionale

L’orientamento sistemico relazionale spiega il malessere delle persone come espressione di una disfunzione del sistema di appartenenza. In quest’ottica, gli eventi problematici di un singolo individuo coinvolgono l’intera famiglia come unità funzionale. Il sintomo, quindi, coinvolge l’intero sistema di appartenenza di un individuo; pertanto, il sintomo non viene più considerato come l’espressione di una problematica individuale, ma indica una disfunzione dell’intera famiglia.

La diagnosi, pertanto, cercherà di evidenziare il significato del sintomo per il contesto familiare, mentre l’intervento terapeutico cercherà di stimolare un cambiamento del sistema in modo da rafforzare sia il funzionamento familiare che quello individuale.

Terapia sistemico relazionale individuale

L’approccio sistemico relazionale prevede anche la possibilità di intraprendere un percorso individuale. Si ritiene, infatti, che ciascun individuo porti con sé, anche nella terapia, tutte le relazioni significative per lui. Inoltre, partendo dal presupposto che ciascun individuo influenza ed è influenzato dal sistema di cui fa parte, modificare un membro del sistema familiare innescherà un cambiamento in tutto il sistema.

Alessitimia

Quante volte vi è capitato di non riuscire a trovare le parole per esprimere un’emozione?

Si tratta di un’esperienza comune, a volte dovuta a pudore, timidezza, o a una forma di educazione. Niente di strano o di anormale, dunque, però questo tipo di esperienze ci fa capire che provare delle emozioni non sempre equivale a saperle esprimere. 

Mentre per la maggior parte delle persone non riuscire ad esprimere un’emozione è un episodio isolato, per altre si tratta di un’incapacità costante. In questi casi, si tratta di un vero e proprio disturbo, che prende il nome di alessitimia (dal greco: non avere le parole per le emozioni). L’incapacità di comunicare le emozioni, però, è solo l’aspetto più evidente dell’alessitimia. Gli alessitimici, infatti, si mostrano prima di tutto incapaci o grandemente limitati nel riconoscere le emozioni, proprie e altrui, pertanto non riescono a dar loro un nome né, di conseguenza, riescono a comunicarle.

Chi sono gli alessitimici?

Contrariamente a quanto si può pensare, gli alessitimici non sono affatto persone scontrose o asociali, ma sono solo sfuggenti e reticenti ad affrontare discorsi sulle emozioni, preferendo discorsi riguardanti questioni concrete e razionali. Gli alessitimici si mostrano centrate sul lavoro e sono iper-razionali. Spesso mostrano di confondere le emozioni con le sensazioni corporee (per esempio alla domanda “Come ti senti?” potrebbero rispondere “Mi batte forte il cuore”), hanno poca fantasia e poca capacità di sognare e di proiettarsi nel futuro.

L’importanza delle emozioni

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nelle relazioni interpersonali, soprattutto in quelle affettive. Una comunicazione poco efficace può provocare l’insorgere di conflitti e incomprensioni in famiglia, con gli amici o anche al lavoro. Non è raro perciò che l’alessitimico si trovi ad essere accusato di eccessiva freddezza, disinteresse o cinismo da parte dei familiari o del compagno.

La crisi dell’alessitimico

L’amore per il proprio compagno e il desiderio di salvare la propria coppia da una crisi profonda in cui i due coniugi non sembrano parlare la stessa lingua, è spesso la molla che spinge l’alessitimico a mettersi in discussione e a intraprendere un percorso di consulenza psicologica.

Altre volte, invece, l’alessitimico sviluppa un disagio psicologico (come la depressione) dovuto al magma di emozioni inespresse dentro di sé.

Le cause e le cure

Il disturbo alessitimico spesso affonda le sue radici nell’infanzia, quando ognuno di noi apprende le modalità per riconoscere, gestire e comunicare le proprie emozioni, nonché riconoscere le emozioni altrui ed empatizzare con esse.

Si tratta di abilità, o competenze emotive, che ci permettono di entrare in contatto con noi stessi, con i nostri bisogni più intimi, ma anche con gli altri e con i loro stati d’animo. Come per tutte le abilità, anche le competenze emotive possono essere migliorate tramite un percorso psicologico che permetta all’alessitimico di sperimentarsi e confrontarsi fino a raggiungere un livello di benessere psicologico adeguato.

 

I volti della menzogna

Come riconoscere una bugia dalle parole, dalla voce, dai gesti.
Chi mente difficilmente riesce a controllare e camuffare tutti i propri comportamenti, pertanto la vittima del bugiardo ha qualche buona possibilità di scoprire l’inganno.
Per prima cosa, è importante sapere che il bugiardo si concentrerà soprattutto a scegliere le parole con cui mentire. Questo perché chi ascolta di solito si concentra sulle parole.
Pertanto, considerando anche che è difficile smentire le parole di un bugiardo, possiamo spostare la nostra attenzione su quegli aspetti della comunicazione che il bugiardo ha più difficoltà a mascherare: mimica, voce, corpo.
Il volto può essere una miniera di informazioni su chi parla, può manifestare emozioni difficili da mascherare ed è pertanto utile osservare con attenzione la mimica facciale di chi parla. Il viso, infatti, è collegato direttamente con quelle zone del cervello che intervengono nelle emozioni e le emozioni attivano i muscoli facciali in maniera automatica, tanto che è quasi impossibile impedire l’espressione facciale delle emozioni.
La voce, come il viso, può dirci se una persona è emozionata o no, ma non ci dice con precisione di quale emozione si tratta.
Chi sospetta un inganno dovrebbe fare più attenzione alla voce e al corpo e non dovrebbe mai basarsi su un solo indizio ma dovrebbe fare attenzione a più particolari.
La discrepanza tra le parole e ciò che rivelano la voce, i gesti e l’espressione facciale tradisce una menzogna.

Bibliografia

  • Ekman P.: I volti della menzogna, gli indizi dell’inganno nei rapporti interpersonali, Ed. Giunti

Coppia, 4 tipologie di matrimonio

Lederer e Jackson hanno stilato una classificazione di quattro tipi di matrimonio: stabile e soddisfacente, instabile e soddisfacente, instabile e insoddisfacente, stabile e insoddisfacente.
Le categorie individuate, sulla base degli scambi interpersonali fra i coniugi, non sono fisse. Infatti, dato che il matrimonio è un processo in continua evoluzione, è possibile che esso si sposti da una categoria all’altra.
1)Matrimonio stabile e soddisfacente
E’ un’unione armoniosa in cui la comunicazione fra coniugi è efficace e favorisce la comprensione reciproca e lo sviluppo della fiducia.
Nei matrimoni che rientrano in questa categoria, i coniugi sono capaci di rispettare le reciproche differenze, punto base per poter sviluppare le rispettive identità. I coniugi collaborano ma sono anche liberi di prendere decisioni individuali, cooperano nell’accudimento dei figli ma sono in grado di occuparsene da soli, possono godere delle stesse cose e della compagnia delle stesse persone ma possono anche godere di cose e amicizie individualmente.
In queste coppie il disaccordo è accettato come invitabile conseguenza delle differenze individuali che non impedisce di cercare un compromesso.
Si tratta di una relazione non competitiva, più facile da trovare nelle coppie sposate da molti anni che si sono impegnate per costruire una relazione soddisfacente e funzionale.
In questa categoria, Lederer e Jackson hanno individuatro due sottogruppi: i gemelli divini e i geni collaborativi.
I gemelli divini sono coniugi estremamente simili che sembrano nati l’uno per l’altra. Nella nostra società è un tipo di coppia molto raro da trovare; più comune trovare questa tipologia di coppia nelle società chiuse, dove è più facile che i coniugi abbiano dei background culturali molto simili.
I geni collaborativi hanno fatto della capacità di collaborare e di trovare un accordo la loro caratteristica e il loro punto di forza. Hanno un alto livello di flessibilità e sono capaci di dare e prendere senza rigidità.
2)Matrimonio instabile e soddisfacente
In queste coppie i coniugi si dichiarano soddisfatti ma non mancano momenti di contrasto in cui l’aggressività viene manifestata apertamente o velatamente.
Anche questa categoria è stata divisa in due sottogruppi: i combattenti del tempo libero e i prestatori su pegno.
I combattenti del tempo libero sono estremamente competitivi fra loro: possono punzecchiarsi o dar vita a veri e propri conflitti, ma entrambi sanno di poter contare sull’altro. Ciascun coniuge riconosce che i benefici e i vantaggi della relazione sono superiori ai momenti di conflitto.
I prestatori su pegno non si amano e ne sono entrambi consapevoli. Questi coniugi ritengono di poter far funzionare il matrimonio accontentandosi delle soddisfazioni che l’altro riesce a dare (soldi, compagnia, sesso, posizione sociale). L’instabilità di questa unione è data dalla mancanza di amore: i coniugi, per mantenere l’unione, devono essere disposti a pagare l’interesse richiesto. Il matrimonio dura finché entrambi sentono che lo scambio è vantaggioso. Questo tipo di unione è comune fra divorziati e persone che hanno rinunciato a trovare il compagno ideale a causa dell’età.
3)Matrimonio instabile e insoddisfacente
Queste coppie si formano spesso sulla speranza che entrambi i coniugi nutrono di essere risarciti di un qualche dolore del passato.
Questa categoria è suddivisa in due sottogruppi: i lottatori stanchi e gli evitanti psicosomatici.
I lottatori stanchi sono coniugi uniti dalla rabbia e dall’ostilità oltre che dall’ostinazione a non voler mettersi in discussione per cambiare. Si tratta di persone incapaci di introspezione e di autocritica che vedono nel partner la causa di tutti i loro mali e della loro infelicità. Dirigere l’aggressività verso il coniuge è l’unica valvola di sfogo per la loro frustrazione che li solleva dalla responsabilità della propria infelicità. In questa coppia, i coniugi sono più interessati a vincere che a trovare una soluzione; talvolta sono disposti anche a perdere purché perda anche il coniuge.
Gli evitanti psicosomatici sono di solito persone che hanno difficoltà a esprimere esplicitamente la rabbia e che, pertanto, non combattono apertamente come i lottatori stanchi. In queste coppie la rabbia viene espressa con il sarcasmo e la frustrazione con la malattia, le disfunzioni sessuali, l’alcolismo. La coppia inizia a vivere ruotando intorno alla malattia di uno dei due. A volte gli evitanti psicosomatici arrivano a un compromesso che consente una certa stabilità: ad esempio, la moglie può tollerare che il marito abbia un’amante, mentre il marito tollera che la moglie spenda molti soldi per se stessa. Tuttavia questo compromesso non rende felice nessuno dei due.
4)Matrimonio stabile e insoddisfacente
Le coppie che rientrano in questo gruppo hanno una grande considerazione delle convenienze sociali. Il matrimonio stabile e insoddisfacente è, in assoluto, il peggiore fra quelli descritti da Lederer e Jackson per la profondità della sofferenza provata dai coniugi e per la loro incapacità di riconoscere la propria infelicità.
I due sottogruppi che rientrano in questa categoria sono la coppia orribile e i predatori paranoici.
La coppia orribile è composta da coniugi che descrivono il proprio matrimonio come perfetto e che non sono capaci di riconoscere la loro insoddisfazione. Ciascun coniuge evita accuratamente ogni commento sul comportamento dell’altro o sul matrimonio per timore delle accuse che l’altro potrebbe muovergli in risposta. La stabilità del loro matrimonio si basa sull’accordo di mantenere una facciata di rispettabilità. In queste coppie, spesso, i coniugi sfogano il loro risentimento abbracciando una causa, un’ideologia politica o una setta religiosa.
I predatori paranoici cercano di evitarsi a vicenda. Mascherano la loro insoddisfazione impegnandosi moltissimo nel lavoro. Questi coniugi si uniscono nel cercare un nemico esterno, che permetta loro di sfogare la loro rabbia negando l’infelicità della loro vita di coppia.
Bibliografia
  • Loriedo, Di Giusto, De Bernardis: Attrazione e scelta, Ed. Ponte alle Grazie
 

Mobbing

Il mobbing consiste in azioni vessatorie, comportamenti aggressivi e umiliazioni continuate nel tempo nei confronti di un lavoratore, consistenti in critiche immotivate sulla qualità del lavoro svolto, offese personali, accuse di svolgere male il proprio lavoro, contestazioni in merito a presunte inadempienze e una progressiva dequalificazione professionale. Il lavoratore vittima di mobbing viene emarginato, calunniato, criticato. Gli vengono sottratti ingiustificatamente incarichi che gli spetterebbero e gli vengono assegnati compiti sempre più dequalificanti. I rapporti con i colleghi diventano conflittuali e sempre più rari, portando la vittima all’isolamento e all’emarginazione totale. In alcuni casi si può arrivare al sabotaggio e ad azioni illegali. Lo scopo del mobbing è di emarginare il lavoratore e/o costringerlo a licenziarsi o trovare un motivo apparentemente valido per licenziarlo.

Il mobbing è una situazione lavorativa in cui il soggetto è vittima di condotte vessatorie poste in essere intenzionalmente da parte di superiori e colleghi che causano nell’individuo una sofferenza fisica e psichica” (G. Gulotta)
 
COME NASCE IL MOBBING?
In alcuni contesti lavorativi, la competizione anche esasperata, è ritenuta un elemento fisiologico e addirittura positivo del lavoro. La competizione può spingere i lavoratori a squalificare e criticare l’operato di un collega per mettersi in mostra ed esaltare il proprio lavoro. Un po’ alla volta questo atteggiamento negativo può sfociare nel mobbing.
Nella genesi del mobbing, vanno considerati anche altri aspetti non strettamente legati al lavoro, come l’antipatia nei confronti della vittima, la simpatia per un altro collega o alcuni modi caratteristici di entrare in relazione con gli altri.
RICONOSCERE IL MOBBING
Riconoscere il mobbing non è semplice. Perché si possa parlare di mobbing le azioni compiute dovrebbero:
1)rientrare in una strategia con finalità persecutoria; essere, quindi, azioni intenzionali;
2)ripetersi per almeno sei mesi;
3)essere frequenti (almeno una volta alla settimana).
CONSEGUENZE DEL MOBBING
Le conseguenze del mobbing a livello psicofisico riguardano, in prima battuta, dei sintomi psicosomatici quali, ad esempio:
-cefalea;
-disturbi del sonno (insonnia, incubi, risvegli notturni)
-disturbi alimentari;
-problemi digestivi;
-gastrite;
-tremori;
-aggressività;
-difficoltà di memoria e di concentrazione; 
-dermatite.
Successivamente, la salute psicofisica della vittima si aggrava e i disturbi patiti diventano più evidenti e invasivi:
-ansia;
-depressione;
-attacchi di panico;
-isolamento sociale.
Arrivati a questo punto, le conseguenze del mobbing hanno invaso tutta la vita della vittima, intaccando non solo le sue relazioni con i colleghi, ma anche le relazioni personali e familiari (doppio mobbing). La percezione della perdita del ruolo lavorativo può provocare insicurezza e difficoltà relazionali. La vittima può arrivare a perdere anche la capacità di affrontare le incombenze più semplici e soffrire di un forte abbassamento dell’autostima, può sentirsi inutile e fallita fino al punto da mettere in atto condotte autolesionistiche o addirittura il suicidio.
VARI TIPI DI MOBBING
Bossing: viene messo in atto dal diretto superiore.
Mobbing orizzontale: viene messo in atto da colleghi pari grado.
Mobbing verticale: viene messo in atto sia da colleghi di grado superiore  che inferiore.
Doppio Mobbing: si realizza quando la vittima carica la famiglia di tutte le sue problematiche. Dopo un primo momento  di comprensione da parte dei familiari, segue una condizione di distacco che porta ad un ulteriore isolamento della vittima.
Co-mobber: sono i simpatizzanti del mobber, ovvero coloro che affiancano il mobber o partecipano semplicemente acconsentendo alle vessazioni senza intervenire personalmente.
Mobbing trasversale: messo in atto da persone al di fuori dell’ambito lavorativo che, in accordo con il mobber, creano ulteriore emarginazione e discriminazione nei confronti della vittima quando questi cerca appoggio o cerca di farsi apprezzare.
I PROTAGONISTI DEL MOBBING
I protagonisti del fenomeno del mobbing sono tre: il/i persecutore/i (o mobber), la vittima (o mobbizzato) e i simpatizzanti/complici del mobber (o co-mobber). 
Esistono dei tratti di personalità specifici delle persone coinvolte nel mobbing oppure il mobbing può coinvolgere chiunque?
Al momento le ricerche non hanno evidenziato una correlazione tra i tratti di personalità della vittima di mobbing e l’insorgenza del mobbing, anche se alcuni autori hanno rilevato alcune caratteristiche di personalità in comune fra le vittime. Harald Ege parla di dislivello psicologico fra gli antagonisti, riferendosi al fatto che il mobbizzato non ha le stesse capacità di difendersi dell’aggressore.
Discorso diverso per quanto riguarda il mobber, per il quale è stato definito un profilo psicologico più dettagliato.
Tim Field, uno dei massimi studiosi del fenomeno mobbing nonché fondatore della prima linea telefonica per mobbizzati in Gran Bretagna, elenca 4 profili psicologici di mobber:
1)DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’: si tratta di un individuo che si sente infinitamente superiore agli altri, convinto di non sbagliare mai, ha una visione degli altri come oggetti utili o inutili per il raggiungimento dei suoi desideri, ha scarsa empatia, fantasie megalomani di successo, egocentrismo, desiderio di essere ammirato, esagerazione delle proprie qualità e mancanza di senso autocritico.
2)PERSONALITA’ PARANOICA: è una persona estremamente sospettosa, vive nel dubbio costante che gli altri vogliano danneggiarlo o sfruttarlo, è convinto che gli altri siano disonesti e sleali, travisa la realtà, è riluttante a confidarsi, difficilmente perdona chi ritiene lo abbia offeso.
3)DISTURBO DI PERSONALITA’ ANTISOCIALE: si tratta di una persona disonesta, che non accetta le norme sociali, privo di empatia per gli altri e privo di rimorsi per le sue scorrettezze. E’ impulsivo e irresponsabile.
4)DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’: è una persona impulsiva, incapace di gestire le proprie emozioni e quindi soggetta a repentini cambiamenti d’umore. Ha difficoltà a gestire la rabbia, adotta comportamenti rischiosi e autolesionisti, talvolta spende grosse cifre di denaro impulsivamente. Le sue relazioni sono instabili, soffre un senso di vuoto e di abbandono.
Comportamenti persecutori e aggressivi possono essere messi in atto anche da persone apparentemente pacifiche. In questi casi, però, si tratta più propriamente di co-mobber, ovvero di simpatizzanti del mobber, che cercano di essere apprezzati sul lavoro mostrandosi servili. Il simpatizzante del mobber può anche essere un individuo vile che evita di schierarsi per paura e che, con il suo silenzio, favorisce le persecuzioni. 
La vittima è spesso un individuo passivo e poco intraprendente e tendente a lamentarsi. Altre due probabili vittime di mobbing sono: le persone ansiose, insicure e permalose, che interpretano in maniera offensiva le critiche o le semplici battute, attirandosi le antipatie dei colleghi e sollecitando involontariamente le loro provocazioni; e le persone sfuggenti, evitanti, taciturne, con difficoltà a comunicare e che tendono a isolarsi: possono accendere nei colleghi il sospetto di essere disprezzati e quindi scatenare la loro aggressività in maniera tanto più violenta quanto più il mobbizzato cerca di sfuggire isolandosi o tacendo.
COME TUTELARSI E COSA PUO’ FARE LO PSICOLOGO
Lo psicologo può aiutare a imparare a riconoscere e a modificare quei comportamenti e quei tratti del carattere che possono predisporre a uno dei tre ruoli coinvolti nel mobbing: persecutore, vittima e simpatizzante del mobber.
Vittima: un percorso psicologico può essere utile per aumentare il proprio livello di autostima e diminuire gli atteggiamenti vittimistici. Può essere utile anche lavorare sulle capacità di comunicazione e di soluzione dei conflitti, in modo da riuscire a partecipare in maniera più attiva e produttiva alla vita lavorativa, superando la tendenza all’isolamento e alla passività. Ancora, è possibile lavorare per diminuire i livelli di ansia del mobbizzato, cercando nuove strategie di gestione dello stress.
Mobber: il vessatore può essere una persona talmente stressata e sovraccarica di responsabilità da sfogare la propria tensione sugli altri attraverso la persecuzione. Anche in questo caso, lo psicologo può aiutare il mobber a trovare soluzioni e strategie di gestione dello stress meno aggressive e più soddisfacenti. Il persecutore può anche trovare utile lavorare sull’accettazione dei propri limiti e delle critiche e su modalità di comunicazione con i colleghi più positive.
A livello aziendale possono risultare utili interventi di comunicazione efficace, promozione del benessere, informazione e formazione sul mobbing.
Bibliografia
  • Ege, H. (1996). Mobbing, Che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro, Pitagora, Bologna.
  • Ege, H. (2001). Mobbing: conoscerlo per vincerlo, Franco Angeli, Milano.
  • Leymann, H. (1996). The Content and Development of Mobbing at Work, in Mobbing and Victimization at Work. European Journal of Work and Organizational Psychology, 5, 2.